9 novembre 1989: trenta anni fa


Sono passati trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, un momento della storia così denso di entusiasmo e speranza difficili da raccontare.

Vi lascio questo video che ogni volta mi commuove immensamente

Proviamo a ritrovare quello spirito ….

 

Dal blog di Clibi, il Meal Prep


Meal Prep
Immagine dal web

Chi mi segue sa che uno dei blog da cui attingo più volentieri è quello di Clibi

Clibi non propone sempre vere e proprie ricette, ma soluzioni alternative per venire incontro sia ai problemi legati all’alimentazione (intolleranze, allergie), sia banalmente ai più diversi gusti personali. Insomma, Clibi è speciale (e siccome la conosco personalmente, so quello che dico)

Recentemente Clibi ha proposto il Meal Prep, un modo intelligente e razionale di organizzare i propri pasti. Io non ne avevo mai sentito parlare (ma questo non fa notizia!), ma ho trovato geniale questo percorso che porta a nutrirsi in modo sano, completo, e con grande facilità e risparmio di tempo.

Vi lascio i link ai primi quattro articoli proposti da Clibi, certa che vi saranno di ispirazione

Qui è dove si spiega cos’è il Meal Prep

Qui sono indicate alcune app per renderne ancora più semplice l’utilizzo regolare

Qui leggiamo come conservare e come cuocere i cibi per ottenere il massimo delle proprietà nutrizionali, al riparo da ogni rischio

Qui ho imparato come preparare i cibi alla conservazione in modo ottimale (confesso che sbaglio parecchio, anzi sbagliavo)

In attesa dei prossimi Meal Prep, un grazie di cuore a Clibi che viene sempre volentieri da me 🙂

 

 

Il nettare degli dei: il miele


miele

C’è un solo alimento che, da millenni, non è cambiato, viene prodotto sempre nello stesso modo, secondo le regole della natura: il miele. Sono state trovate incisioni rupestri che illustrano la raccolta de miele in epoche lontanissime, e quello trovato durante gli scavi, nelle tombe dei faraoni d’Egitto, è ancora commestibile oggi.

Ma qual è oggi il rapporto tra apicoltore e api?

Me lo sono fatto raccontare dall’azienda Manfredini, che da oltre trent’anni svolge con passione ed esperienza una fiorente attività di apicoltura e commercio del miele sull’Appennino modenese

Appennino tosco emiliano

Ebbene, si tratta di un rapporto di collaborazione e di reciproco vantaggio. L’ape non viene sfruttata – del resto, come si potrebbe? –  mentre il rapporto con l’uomo garantisce molti vantaggi, mentre il miele prelevato per il consumo è solo quello in esubero rispetto alle esigenze dell’alveare.

Vediamo di capire bene chi sono, allora i protagonisti di questa collaborazione

Cominciamo dalle api, la cui famiglia è composta da una sola Regina, un numero variabile di operaie compreso tra i 500 e i 3000 elementi, e qualche fuco, ovvero i maschi: La Regina e i fuchi vengono al mondo con il solo obiettivo di assicurare la riproduzione dello sciame e se la Regina, con questo compito, può contare su una vita di cinque o sei anni nutrendosi di pappa reale, i fuchi vengono inesorabilmente uccisi all’inizio dell’inverno, quando si chiude la stagione della riproduzione ed il nutrimento scarseggia.

Le api non sono tutte uguali: qui parliamo di quella che vive alle nostre latitudini, piccola e piuttosto docile. La produzione del miele è però diffusa ovunque nel mondo, dai paesi più freddi del nord, dove possono contare su un’ape più piccola e resistente alle basse temperature, fino alle api africane, aggressive e abituate a volare su fioriture dai profumi molto intensi, come il timo.

La stagione riproduttiva dura da primavera a inizio autunno, quando i fiori sono abbondanti e ricchi di polline, la materia prima per produrre il miele. Appena si avvicina l’inverno i fuchi, come abbiamo detto, vengono uccisi senza tanti complimenti, l’ape Regina va a riposo con tutto lo sciame, che sopravvive grazie al miele immagazzinato nei mesi precedenti. Non esistono alternative a questo percorso, non si possono fare forzature né condizionare in qualche modo i piccoli insetti, quindi la parte di miele destinato all’apicoltore è quello in eccedenza, quello che alle api non serve per la sopravvivenza.

arnie sull'appennino modenese

Le api sono in grado di regolarsi e adattarsi alle dimensioni dell’alveare: nel caso il loro numero diventasse troppo alto, e l’alveare troppo affollato, la loro perfetta società sceglie un’altra Regina, più giovane e più fertile, e la regina vecchia è costretta a sciamare, con una parte delle api, verso altri rifugi.

E in questa perfetta organizzazione, l’apicoltore (o l’apicoltrice, ce ne sono moltissime) si inserisce preparando le arnie, allestendo i telai ben puliti per la raccolta del miele, e in questo modo offrendo un rifugio sicuro anche ai gruppi di individui costretti a sciamare. Le arnie possono essere addirittura coibentate, in caso di inverni molto rigidi

Ci possono essere momenti critici per l’alveare, momenti in cui l’intervento dell’apicoltore diventa risolutivo per la vita delle api. Primavere particolarmente fredde, con qualche nevicata, azzerano le fioriture e la mano dell’uomo provvede nutrendo le api dall’esterno. L’alveare ha un potente nemico nella Verroa, un acaro parassita molto aggressivo, sul quale l’apicoltore interviene con medicinali appropriati.

Quindi l’uomo riscalda, nutre, cura e protegge questi piccoli animali, fondamentali per il nostro benessere, e si limita a usare il miele prodotto in eccesso, quello che alle api non serve.

La produzione di diversi tipi di miele avviene spostando le api in una zona dove c’è una forte concentrazione di una certa pianta nel momento della massima fioritura.

L’apicoltore si dedica infine alla smielatura recuperando i telai e centrifugandoli in un’apposita macchina: in questo modo il miele si stacca e si raccoglie in modo semplice e meccanico. In qualche paese del mondo meno avanzato si adoperano ancora sistemi arretrati come l’affumicatura, che fa fuggire le api e lascia campo libero alla raccolta.

L’Italia è il paese del mondo dove si produce la più vasta varietà di miele. Si può approfittare dei rododendri sulle Alpi piemontesi fino ai profumatissimi agrumi della Sicilia, si produce miele di rosmarino, un arbusto che vive quasi senz’acqua, e miele di corbezzolo, esclusivo della Sardegna, e via con tutte le altre varietà

Infine, una curiosità che ci rende l’ape ancora più simpatica: durante l’inverno questi animaletti si raccolgono in un glomere, ben strette tra loro e, sbattendo incessantemente le ali, scaldano l’ambiente mantenendolo a una temperatura costante e temperata. Sono molto simpatiche!

https://www.manfrediniapicoltura.it/

 

Ottobre Rosa: il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno


ottobre rosa prevenzione tumore al seno

Il mese di ottobre è ormai tradizionalmente il momento dell’anno dedicato alle donne e, in particolare, al tumore femminile più diffuso e che spaventa di più: il tumore al seno.

In questo mese molte sono le iniziative, anche gratuite, che invitano le donne a imparare a conoscere il proprio seno, per interpretare senza incertezze ogni cambiamento e interpellare il medico anche davanti a un minimo dubbio.

Si parla, infatti, di prevenzione del tumore al seno, ma è un’espressione sbagliata.  Non c’è nulla che possa prevenirlo, salvo la generica prevenzione che si può attuare verso tutti i tumori, ovvero un’alimentazione semplice e povera di grassi animali, il giusto movimento, niente fumo e alcolici.

La parola giusta, la parola chiave, è diagnosi precoce: e le donne dimostrano di averlo capito, infatti le statistiche ci dicono che, oggi, quasi il 90% delle donne colpite da questo tumore guarisce, per averlo diagnosticato allo stadio iniziale.

Quali sono i passaggi fondamentali per vivere tranquille?

·         Imparare a conoscere il proprio seno fin da giovanissime, con la palpazione da eseguire regolarmente

·         Appoggiarsi a un medico specialista che, secondo la storia personale di ognuna di noi, fornisca un calendario preciso per controlli, ecografia e mammografia

·         Allattare i propri figli

·         Preferire i cibi “smart”, quelli che fanno solo bene: olio di oliva, frutta secca, pomodori, cavoli (tutti), vegetali a foglia verde, legumi e agrumi.

Vi lascio con le immagini, molto forti, che ho trovato a Parigi, sul Pont d’Iena: donne operate che mostrano con naturalezza le loro cicatrici, ma che non si sono lasciate vincere dalla malattia.

Mi sono commossa molto

16 Ottobre: Giornata Mondiale dell’Alimentazione


Oggi, 16 Ottobre, è la Giornata Mondiale dell’Alimentazione, che quest’anno ha come tema “Un’alimentazione sana per un mondo a Fame Zero”.

Viviamo infatti questo paradosso: 820 milioni di persone soffrono di denutrizione, non hanno regolarmente da mangiare, non ne hanno abbastanza in termini di quantità e di proprietà nutritive. La proporzione dice una persona su otto. Guardiamoci intorno, facciamo presto a contare otto persone e a pensarne una affamata.

Nello stesso tempo, quasi altrettante persone sono obese, e fra queste ci sono 124 milioni di giovani tra i 5 e i 19 anni, e 40 milioni di bambini sotto i 5 anni. Non sono obese perché mangiano troppo, ma perché mangiano male: sono spesso costretti a preferire il cosiddetto “cibo spazzatura”, che costa poco, riempie lo stomaco, ma non nutre in modo corretto.

 

La dieta mediterranea rimane un punto di riferimento stabile per impostare un programma nutrizionale ricco, completo e sicuro: del resto, noi siamo quello che mangiamo, e mangiare bene vuol dire volersi bene.

In questo quadro, la prima arma che tutti abbiamo in mano e che possiamo usare con intelligenza è profitto è il contrasto allo spreco alimentare, e permettetemi un moto d’orgoglio per aver sempre saputo rispettare il cibo, fonte di vita.

 

Metronomo 2019. Meno sprechi al ristorante: istruzioni per l’uso


All’interno del Salone della CSR e dell’Innovazione Sociale 2019, nei prestigiosi spazi dell’Università Bocconi, Metro Italia ha presentato la seconda parte della ricerca Metronomo, realizzata in collaborazione con Bocconi Green Economy Observatory, focalizzata sullo spreco dei cibo da parte dei ristoratori.

(Qui potete leggere la prima parte)

Metro Italia è molto sensibile al problema dello spreco alimentare, e la ricerca è svolta con l’obiettivo di creare nuovi strumenti, nuove modalità per contribuire a ridurlo.

Relatori della presentazione, condotta con la consueta simpatia da Tessa Gelisio, sono stati Milvia Panico, responsabile comunicazione e CSR di Metro, e il prof. Fabio Iraldo direttore GEO.

Emerge subito un aspetto piuttosto sorprendente: ristoratori e clienti hanno una percezione uguale e contraria relativa alla responsabilità dello spreco alimentare nei ristoranti. L’84% dei ristoratori pensa che il problema sia da imputare al cliente, mentre l’89% dei clienti è convinto che sia tutta colpa del ristorante.

Sono numeri davvero alti, che danno la dimensione di quanto si debba fare per trovare un equilibrio, ed è una buona notizia, significa che da entrambe le parti c’è consapevolezza del problema!

Infatti un ristoratore su tre mette in atto strategie per limitare lo spreco alimentare (l’83,6% minimizza gli scarti in cucina, il 71,6% si attrezza per una migliore conservazione, il 56,9% ottimizza gli approvvigionamenti, il 51,4% pianifica il menu, il 40,4% fornisce la doggy bag), ma lo spreco è ancora troppo corposo: ogni settimana vengono buttati da 2 a 5 sacchi di scarti alimentari, una parte dei quali potrebbe con facilità essere recuperato e riciclato.

I ristoratori non sprecano tutti allo stesso modo, la quantità varia secondo la tipologia del locale e anche la posizione geografica.

Seguendo il modello culturale della tavola italiana, c’è una tendenza a proporre porzioni molto abbondanti, ma con l’informazione alimentare attuale e gli avventori stranieri, queste quantità risultano esagerate, e possono andare sprecate.

La mezza porzione non è molto diffusa, solo il 52% dei ristoratori la propone, e in questo caso anche il cliente ha la sua parte di responsabilità: l’80% la apprezza, ma si aspetta di pagarla la metà della porzione intera, dimenticando che se si limitano gli ingredienti, l’impegno di lavoro è lo stesso.

Un gesto suggerito, che sarebbe molto apprezzato dal cliente, è l’offerta di un piccolo antipasto preparato con scarti o avanzi. Una tradizione nel Nord Europa, un modo garbato per comunicare che non si butta via (quasi) nulla.

La ricerca di Metro ha messo in evidenza un forte problema di comunicazione: i clienti faticano a cogliere cosa e quanto fa il ristoratore per non sprecare cibo. Cibo che poi può essere recuperato sia dal cliente stesso, con la doggy bag, sia donandolo ad associazioni caritatevoli.

Purtroppo né una opzione né l’altra sono risultate risolutive: i clienti non sono abituati a pretendere quanto avanzato (e pagato), e si vergognano a chiedere gli avanzi, mentre le donazioni di cibo a chi ha più bisogno è complicata da regolamenti troppo complessi.

In questo quadro frammentato, la soluzione potrebbe arrivare con il menu che, da semplice elenco di portate, diventa un prezioso mezzo di comunicazione, dove fornire molte più informazioni sul cibo proposto e, non ultima, la gestione degli sprechi.

L’ingegneria del menu è una delle materie trattata da Metroacademy, che intende portare avanti la lotta allo spreco alimentare dei ristoranti ponendosi come facilitatore nella soluzione del problema, anche con iniziative di formazione.

I focus group in programma da Metroacademy avranno proprio l’obiettivo di far emergere le problematiche più diverse, e studiare insieme come risolverle.

Tra i progetti in sospeso, una o più app per mettere in comunicazione i ristoranti che hanno esuberi, con ì clienti più attenti e pronti al recupero.

 

Don’t give up!


sex and drugs and rock&roll

Oggi, 27 settembre, è il Fff, Friday for future

Oggi, credo che ognuno abbia detto, o pensato, la sua, in modo diverso da chiunque altro, perchè dietro gli slogan e l’entusiasmo, c’è un problema enorme, di difficile inquadramento e di ancor più difficile soluzione.

Vi invito a leggere questo – non breve – articolo di Dario Bressanini, uno scienziato che stimo moltissimo, e che riesce a mettere in ordine quello che è, più o meno, il mio pensiero.

Qualunque sia il vostro, non sarà tempo perso, anche perchè alla fine sarete gratificati da un gran bel pezzo musicale 🙂

Grazie a Elena Villa per la condivisione.

anche i bambini!

 

 

Sua Maestà il Parmigiano Reggiano


 

Non c’è alcun dubbio: il Parmigiano Reggiano è il formaggio italiano più illustre e prezioso: è l’unico senza conservanti, e le regole per la sua produzione, dettate dal disciplinare del Consorzio, sono talmente rigide da non avere nemmeno bisogno di definirsi biologico.

Pare che a inventarlo siano stati i monaci Benedettini, circa 700 anni fa, e chissà quale concomitanza di fattori casuali hanno dato origine a questa prelibatezza, allora indispensabile per assicurarsi il nutrimento nei lunghi mesi invernali di riposo della campagna.

Sono andata a vedere come si fa, e ho avuto la fortuna di avere come guida Ileana, la bella e bravissima imprenditrice che, con il marito, conduce l’azienda agricola Poggiocastro, a Pavullo nel Frignano (MO). Poggiocastro ha quasi un secolo di vita e oggi è attiva su tutta la filiera di produzione.

L’azienda ha una stalla di circa 600 mucche, delle quali 400, a rotazione, sono pronte per la produzione del latte. Si comincia dalle più giovani, nate nella stalla stessa, alle veterane che possono raggiungere i 18 anni di età.

 

Il Parmigiano Reggiano nasce sui campi verdi delle provincie emiliane di Parma, Reggio Emilia e Modena, dove l’erba medica cresce curata solo dall’aria, dalla pioggia e dal sole, e che diventa foraggio per le mucche da latte, uniche produttrici della materia prima.

Due parole su queste ultime: le mucche sono animali molto paurosi, sensibili anche agli eventi atmosferici. Solo la cura attenta e amorevole di chi si occupa di loro quotidianamente, di chi le conosce e sa come trattarle e proteggerle, porta buoni risultati nella qualità e quantità del latte. E per il Parmigiano Reggiano serve latte di altissima qualità, ben diverso dal latte fresco disponibile alla vendita, o dal latte usato per tutti gli altri prodotti che impiegano il latte tra gli ingredienti, come gli altri formaggi, gli yogurt, e i prodotti lavorati che ne contengono.

Oltre al foraggio, le mucche vengono nutrite con cereali (in genere farina di soia, che rappresenta l’unico elemento della filiera per il quale l’Italia dipende dall’estero, non avendone noi abbastanza).

 

Non c’è altro e non si può aggiungere altro se si vuole produrre Parmigiano Reggiano. In particolare non ci sono medicinali: nel caso un animale si ammalasse, fino alla piena guarigione il suo latte viene dirottato verso altri usi.

Tutto questo non risponde solo al disciplinare del Consorzio o alla tradizione, semplicemente la forma preparata con latte imperfetto si crepa, esternamente o internamente, la qualità si abbassa e non lo si può più definire Parmigiano Reggiano.

mungitura elettrica
La tranquillità degli animali durante la mungitura

Le mucche vengono munte due volte al giorno, più o meno alla stessa ora: indicativamente le quattro del mattino e del pomeriggio. Questo, 365 giorni all’anno.

 

Il latte della sera viene posto in apposite vasche ampie e poco profonde, e lo si lascia riposare affinché affiori la panna, destinata ad altre produzioni, tra cui il burro.

Il latte così “sgrassato” viene aggiunto a quello appena munto della mattina successiva, e il tutto versato in vasconi di rame che contengono 11 quintali di latte.

Poi arriva il casaro, l’artigiano che, grazie alla sua competenza e, ancor di più, alla sua esperienza e sensibilità, compie la magia: miscela al latte il caglio (una sostanza oggi disponibile in polvere, che deriva dallo stomaco dei vitelli), scalda, lavora, rompe la cagliata e, al momento giusto, crea la forma. Non la forma che tutti conosciamo, ma una forma compatta, che pesa circa 50 chili, e che viene divisa in due forme gemelle.

Il Parmigiano Reggiano, prodotto DOP, è fatto. Da questo momento inizia il processo preciso e dettagliato che lo porta alla stagionatura e ne rende identificabile ogni singola forma. Seguiamolo.

Il formaggio, ancora morbido, viene messo nelle sua forma tonda. Sul lato esterno viene impressa una placca con un codice QR per identificare la forma stessa, e con un apposito nastro si incide il motivo puntinato che copre tutto il perimetro della forma stessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Passano due giorni, le forme vengono riprese e messe a bagno in grandi vasche con acqua e sale, dove vengono girate costantemente per uniformarne l’assorbimento.

Sono ora pronte per iniziare la lenta stagionatura all’asciutto, su apposite mensole.

Ogni due mesi il Consorzio del Parmigiano Reggiano visita il caseificio, controlla le forme, con uno specifico martelletto ne saggia la risonanza, e se la forma passa l’esame, viene timbrata e continua nella stagionatura, che deve essere come minimo di 12 mesi, e può continuare teoricamente all’infinito. Se le stagionature classiche sono quelle che vanno dai 22-24 mesi ai 36-40 mesi, non mancano esempi di Parmigiano con 100-120 mesi di invecchiamento.

Le forme di Parmigiano Reggiano che non risultano perfette sono escluse dalla stagionatura, la crosta esterna viene sbiancata o rigata, di modo da rendere illeggibile la punzonatura del marchio, e messo in vendita a un prezzo inferiore. Non si tratta, infatti, di un prodotto scadente, ma di un formaggio che non risponde totalmente alle altissime esigenze di qualità richieste al Parmigiano Reggiano.

Tutto il percorso, dalle vasche di raccolta del latte ai magazzini di stagionatura, viene tenuto alla temperatura costante di circa 17-18 gradi, in un ambiente pulitissimo, dove non è possibile utilizzare detergenti chimici, solo saponi naturali o addirittura il siero del latte, ottimo sgrassatore.

Dove vanno a finire i prodotti che avanzano dalla filiera del Parmigiano Reggiano?

Le forme fatte con latte non di altissima qualità, che si crepano nel giro di poche ore o pochi giorni, vengono fuse ad alta temperatura e utilizzate per fare formaggi molli e spalmabili, primi tra tutti i formaggini.

Le forme che presentano imperfezioni o rotture dopo qualche mese di stagionatura sono sbiancate o rigate, private del marchio e messe in vendita a un prezzo più basso, oppure grattugiate.

Il latte che, per motivi diversi, non è considerato di altissima qualità, oppure non può essere lavorato nei tempi canonici, viene usato come latte fresco da bere, per fare tanti altri tipi di formaggi, a discrezione del caseificio, o consegnato alle industrie alimentari

Il siero di latte, molto deperibile, nel quale rimane una percentuale di grasso ridotta, è usato per fare la ricotta, ed è un ottimo alimento per i maiali.

Arrivati a questo punto, mi auguro non ci siano più dubbi: il Parmigiano Reggiano è un alimento prodotto con il latte di mucche “felici”, estremamente sano, nutriente anche in piccole quantità, adatto anche chi non tollera il lattosio, ed è il miglior formaggio per l’alimentazione dei bambini, oltre che il primo a essere inserito durante lo svezzamento. Ed è buonissimo!

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