Gnocchi filanti al gorgonzola e pistacchi


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Prima di tutto vorrei ringraziare gli amici che mi hanno comunicato la loro soddisfazione per la ricetta degli gnocchi: pare che da nessun’altra parte siano spiegati con tanta chiarezza come qui. Secondo me non hanno cercato bene, in ogni caso i complimenti fanno sempre piacere, quindi mi inchino e grazie ancora!

In effetti gli gnocchi fatti in casa sono particolarmente buoni, e sono buoni con tutti i condimenti, dal ragù alla salsa di pomodoro, dal pesto al formaggio filante.

Se ne cercate uno abbastanza originale, veloce e molto appetitoso, provate questo:

  • 200 gr. gorgonzola dolce
  • Un po’ di latte
  • Una manciata di pistacchi

E’ talmente semplice che avrete già capito come si fa: tritate grossolanamente i pistacchi, con due giri veloci nel mixer; sciogliete il gorgonzola aiutandovi con un po’ di latte. Fino a questo punto potete preparare la salsina in anticipo.

Cuocete gli gnocchi come spiegato qui, scolateli in un contenitore ampio per poterli mescolare comodamente. Intanto riaccendete il fornello sotto la crema al gorgonzola, che verserete ben bollente sugli gnocchi. Aggiungete i pistacchi, rimescolate e servite subito.

I pistacchi danno tono e freschezza al sapore del gorgonzola, e conferiscono al piatto una piacevole croccantezza.

Vino: Nebbiolo

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Una settimana a Parigi


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Parigi è sempre piacevole da visitare, ci sono tante cose da vedere e tante cose da rivedere con immutato entusiasmo. E’ una delle città del pianeta dove ci si sente al centro del mondo, dove si respira la storia e la cultura, dove si sentono parlare tutte le lingue possibili perchè è una delle mete più desiderate. La città è (quasi sempre) accogliente, con i suoi spazi ampi, i luminosi boulevards, il fiume che la taglia in due e la identifica con caratteri diversi. E i parigini? Si dice che siano poco simpatici. Io non sono d’accordo: bisogna pensare che vivono la loro vita personale e lavorativa accompagnati da un numero forse equivalente di turisti che cercano, si incantano, si fermano, rallentano, chiedono … e loro, i parigini, non li ho mai visti dar cenno di impazienza. Certo, parlano solo francese! Potete rivolgervi in qualunque lingua, vi risponderanno in francese, e al massimo, se proprio vi vedono in difficoltà, possono arrivare al compromesso di parlare un po’ più lentamente, ma tutto lì. Qualcuno fa il supremo sforzo di cominciare la frase in inglese, ma dopo poche parole, ahimè, riparte la loro lingua.  Comunque credo che nessuno si sia mai perso a Parigi per questo.

Ora vi racconto qualcosa di un po’ più personale della mia settimana, durante la quale ho voluto guardare la ville lumière attaverso il cibo.

Per cominciare, non posso andare a Parigi senza salire (a piedi!) fino al secondo piano della Tour, senza fare un giro nel Marais, senza perdermi nelle strade meno frequentate
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A Parigi, la colazione è una cosa seria: baguette o pane alle noci con burro salato, biscotti che, alla faccia della globalizzazione, qui non si trovano, croissant croccanti e friabili che in bocca si trasformano in una crema al burro deliziosa ….

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Irrinunciabile è almeno una cena a base di ostriche e gamberi freschi

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I parigini amano fare la spesa al mercato, e infatti ci sono quelli settimanali e quelli aperti tutti i giorni, come il Marché d’Aligre. Rispetto all’Italia c’è qualche differenza: il banco del pesce offre abbondanza di crostacei, il macellaio ha tanta carne rossa, i formaggi sono tra i più variati, e buoni, e cari … quanto a frutta e verdura, invece, meglio lasciar perdere: forse in Francia coltivano qualche patata e qualche mela (e i funghi champignons), il resto viene dall’estero, Spagna o Marocco soprattutto, e se l’estetica è salva, i sapori sono poco soddisfacenti.formaggi

 

A Parigi ci sono deliziosi negozi con prodotti di pasticceria di altissimo livello, come A La Mère de Famille, incontrato per caso appena sotto Montmartre, dove abbiamo trovato tè e cioccolato deliziosi, o il famosissimo Fauchon che, come vedete nella foto, sta proprio di fronte alla Madeleine. I prezzi sono alti, ma la qualità è assicurata.

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Ladurée ha ancora la vetrina di San Valentino.

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E poi c’è “Oh mon cake”, una catena con prodotti … più belli che buoni … come in altre pasticcerie del resto … essì, perché i dolci parigini sono stracarichi di zucchero, burro e panna. A meno di non amare alla follia questi tre ingredienti (e credetemi, io dovrei essere una di quelli), il rischio è di essere già sazi dopo pochi bocconi. Tenetelo presente nel calcolare le quantità.

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Con il cioccolato, invece, sono bravi.

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Se volete un consiglio per un ristorante fuori dal solito circuito delle brasserie, mi permetto di suggerire Metropolitain, (fermata St. Paul linea 1):
IMG_6119cucina e prodotti sono francesi, ma il cuoco è giovane e pieno di fantasia, le ricette sono insolite e squisite, l’ambiente molto simpatico.  Non è una pubblicità, ma un consiglio spassionato, dato per una città strapiena di ristoranti dove, a dire la verità, si mangia mediamente sempre bene.

Infine, cosa andare a vedere? Dopo aver visitato i luoghi più famosi e anche quelli che lo sono un po’ meno, si può approfondire la città alla ricerca di posti meno noti, ma non meno belli o interessanti. Se si ama la storia si può andare alla ricerca dei quartieri più antichi, o delle abitazioni di famiglie prestigiose. Se si ama la geografia si può seguire il percorso più o meno interrato degli affluenti della Senna o dei canali artificiali. Se si ama l’arte ci si può scatenare nelle strade eleganti parallele agli Champs Elysées, dove espongono artisti famosi in tutto il mondo, o perdersi nel Marais dove le piccole gallerie d’arte danno visibilità agli artisti emergenti, alcuni dei quali hanno contrassegnato con  le loro opere di street art gli angoli delle strade.

Infine, per andare sul classico,non perdetevi la nuova sezione del Louvre dedicata all’arte islamica, meravigliosa.

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Torta di mele light


torta di mele light

La torta di mele più leggera del mondo! Non è una ricetta tradizionale ligure, ovvero non la si trova sui testi classici, quindi non saprei dire da dove arrivi, però io l’ho imparata a Genova (si faceva a casa mia) e solo in Liguria mi è capitato di trovarla, nelle pasticcerie e anche nelle panetterie o nelle gastronomie.

Cosa serve?

  • 5 mele della qualità preferita (con le renette viene più aspretta, con le golden più dolce …)
  • 100 gr. farina
  • 100 gr. zucchero
  • 2 uova
  • 1 manciata di uvetta
  • 1 manciata di pinoli
  • La scorza grattugiata di un limone oppure 1 bustina di vanillina
  • Il succo del limone di cui sopra (prima però grattugiatelo!)
  • Latte

Tempo di preparazione: 20 minuti

Tempo di cottura: 50 minuti

E’ una torta che non si sforma, quindi fatela in un bel tegame di ceramica, rotondo o quadrato, come volete.

Accendete il forno a 200°. Ungete leggermente con burro o olio il tegame scelto.

Sbucciate le mele e affettatele direttamente nel tegame, spruzzandole leggermente con il succo del limone  man mano che le preparate, di modo che non anneriscano. Quando avete finito, semplicemente aggiustate un po’ le fettine superficiali, di modo da livellare il tutto.

In una ciotola sbattete velocemente le uova con lo zucchero, aggiungete la farina, uvetta, pinoli, scorza grattugiata del limone o vanillina, e diluite con il latte: dovrete avere una pastella piuttosto liquida, da rovesciare sulle mele e tra le mele, badando che si spalmi uniformemente, e sistemando un po’ pinoli e uvette, che tendono a raggrupparsi, chissà perchè.

Mettete la torta nel forno, controllate dopo una mezz’ora, e quando vedrete che le mele cominciano a dorarsi bene, verificate la cottura della pastella.

Estraetela dal forno, la torta è pronta! Praticamente è un piatto di frutta, leggero, digeribile, gustoso, ed è buona calda, tiepida e fredda.

Appena sfornata, con una pallina di gelato alla vaniglia, diventa perfetta come dessert a fine pasto.

Sempre a fine pasto può essere servita a temperatura ambiente, con o al posto della frutta.

Ed è perfetta a colazione e a merenda: in questi casi, suggerisco di renderla un pochino più dolce spolverando le mele, prima di infornare, con qualche cucchiaio di zucchero. Questo si caramellerà leggermente durante la cottura, conferendo alla torta un gusto intenso e più goloso.

Vino: Passito di Pantelleria

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Facciamo gli gnocchi


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Gli gnocchi di patate, i classici gnocchi che tutti conosciamo perché buoni con qualunque condimento, hanno un piccolo difetto: sono buoni solo se fatti in casa. Non c’è preparazione industriale (terribili!) né artigianale che possa eguagliare la semplicissima ricetta casalinga.

Penso che questo dipenda dal fatto che l’impasto con le patate e la farina tende a scomporsi, tant’è vero che andrebbero fatti, se non all’ultimo momento, con poco anticipo. Però sono talmente buoni e veloci (con qualche piccolo trucco) che vale la pena provarci.

Come ogni volta che si impasta, raccomando di organizzarsi con molto spazio a disposizione: spazio per impastare comodamente e spazio dove appoggiare gli gnocchi man mano che sono pronti. Io mi organizzo con più madie di dimensioni diverse, ma vanno bene anche i vassoi in cartone per i dolci, la teglia del forno, qualunque cosa che si possa cospargere di farina, accorgimento essenziale per evitare che quanto impastato si attacchi.

Per quattro persone calcolate:

  • 1 kg. di patate
  • 300 gr. di farina circa + quella per infarinare
  • 1 cucchiaino di sale grosso

Tempo di preparazione: 1 ora

Pulite le patate con il guanto scrub, ponetele a bollire in acqua salata con il cucchiaino di sale grosso.  Fatele cuocere bene, devono essere ben cotte. Scolatele e schiacciatele subito con lo schiacciapatate; vi ricordo che non è necessario sbucciarle, passate la patata intera e poi togliete la buccia che si sarà raccolta nello schiacciapatate. Io le metto subito nella mia magica impastatrice, se invece si impasta a mano è consigliabile, a questo punto, lasciare raffreddare un po’ il composto, altrimenti ci si scotta le dita.

Quindi, aggiungete la farina e impastate il tutto. Con l’impastatrice, usate solo la frusta a T, non quella a gancio altrimenti il rischio è che la patata si trasformi in una colla ingestibile. Comunque il processo di lavorazione è veramente semplice, l’impasto è pronto quando tutta la farina è stata assorbita, e ci vogliono proprio pochi minuti.

Infarinate bene il piano di appoggio, prendete un po’ di composto e lavoratelo per farlo diventare un cilindro del diametro di un centimetro o due circa, con il coltello tagliate tanti pezzettini, e voila gli gnocchi. Potete dar loro un piccolo aiuto estetico passandoli sull’apposito aggeggio che vedete nella foto, in ogni caso lo stesso effetto si ottiene schiacciandoli leggermente con i rebbi di una forchetta. Man mano che sono pronti metteteli ben distesi e ancora infarinati sul piano preparato in precedenza, e quando aggiungete i nuovi badate ad allargarli più possibile.

Ora mettete su l’acqua, aspettate che bolla forte e gettate gli gnocchi tutti insieme: li raccoglierete con una palettina bucata man mano che vengono a galla. Non lasciateli troppo nell’acqua bollente perché si induriscono.

Come si condiscono? Come si vuole, ma per una genovese in cucina, gli gnocchi di patate si fanno con il pesto!

Strategie: strano ma vero, si possono surgelare. Bisogna avere la solita avvertenza della pasta fresca, ovvero farli indurire pochi alla volta, e ben distanziati, e solo dopo raccoglierli in un sacchetto. Al momento del consumo, devono essere buttati in acqua bollente ancora congelati, non fate l’errore di farli scongelare a temperatura ambiente, perché si disfano.

Petto di pollo al curry


pollo al curry

In città non è facile trovare un buon pollo, adatto alle ricette tradizionali. Chi ha qualche punto di riferimento in campagna, e riesce a corrompere un contadino per farsi regalare un pollo davvero ruspante, ovvero un pollo che corre tutto il giorno nei prati e si fa una bella muscolatura tonica, può cucinarlo allo spiedo o arrosto, con pochissimi aromi, di modo da gustare tutto il sapore delle carni (tutto questo lo dico per sentito dire, sapete che a me la carne non piace molto).  So che il contadino in questione sarà di difficile convincimento, ormai anche in campagna i polli sono allevati come gattini, sono chiamati per nome, e al momento di tirargli il collo i bambini di casa si impuntano.

Ma tant’è, bisogna mangiare.

Questa disgressione per arrivare all’anonimo, e anemico, pollo del supermercato, che non sembra nemmeno sia mai stato vivo, e che bisogna arricchire con fantasia per dargli un po’ di sapore.

Il petto di pollo al curry è una delle soluzioni più semplici e appetitose, e offre il vantaggio di illudersi di preparare un pranzo esotico, con gli ingredienti che troviamo sotto casa.

Per quattro persone calcolate:

  • 2 petti di pollo interi
  • 1 scalogno
  • 5-6 bacche di cardamomo
  • 3 cucchiaini di curry in polvere
  • ¼ di litro di latte
  • Un pochino di farina
  • 3 cucchiai olio di semi di mais
  • Sale

Tempo di preparazione: 20 minuti

Tempo di cottura: 20 minuti

Per prima cosa, con il coltello di ceramica tagliate i petti di pollo a bocconcini monoporzione (per dare un’idea delle dimensioni), poi spolverateli di farina e un pochino di sale e rimescolate con le mani, di modo che tutta la carne si ricopra bene.

Tritate o tagliate molto sottile lo scalogno.

In una padella ampia mettete l’olio, fate appena scaldare, aggiungete lo scalogno e le bacche di cardamomo, e lasciate soffriggere a fuoco mediamente lento. Se avete tempo, aggiungete un pochino d’acqua e fatela consumare lentamente, mentre lo scalogno appassisce e diventa trasparente e morbido. Ora alzate leggermente il calore e aggiungete la carne, che farete dorare mescolando molto spesso, finchè tutta la superficie avrà preso colore e la farina sarà come scomparsa. Ci vorranno otto, dieci minuti. Bagnate con il latte e, appena questo inizia a bollire, aggiungete il curry, rimescolando subito perché si sciolga bene e colori il tutto di un bel giallo dorato. Abbassate ancora il fuoco al minimo e lasciate finire di cuocere: di solito, quando il latte è diventato cremoso, anche il pollo è pronto.

Servitelo all’italiana, con una bella insalata croccante, oppure servitelo all’indiana, con riso basmati lessato in acqua dove avrete aggiunto qualche bacca di cardamomo, e condito con una noce di burro, pressato in una ciotolina e rovesciato sul piatto, accanto al pollo e alla sua salsina.

Vorrei aggiungere che il curry pare abbia un potente effetto antinvecchiamento …

Variazioni sul tema: se volete aumentare la dose della salsa, dovete aumentare il latte, ma anche la farina, perché è l’ingrediente che trasforma il liquido in crema

Vino: Trentino Sylvaner, Muller Thurgau Alto Adige

curry

Carciofi all’inferno


carciofi all'inferno

Ho scoperto che non sono l’unica ad amare moltissimo i carciofi, quindi eccomi con un’altra ricetta in grado di rinvigorire qualunque piatto con il quale l’accompagnerete.

Per quattro persone acquistate:

  • 4 carciofi con le spine
  • 1 spicchio d’aglio
  • Prezzemolo
  • Olio evo
  • 1 limone

Tempo di preparazione: 20 minuti

Tempo di cottura: 30 minuti

Tempo di riposo: 15 minuti

Per prima cosa pulite i carciofi: preparate la solita bacinella con acqua e limone (ne basterà mezzo, spremuto, a meno che non li prepariate con molto anticipo, e allora spremetelo tutto). Mettete i guanti per non macchiare le dita, prendete il primo carciofo, tagliate il gambo alla base in modo regolare (perché poi dovranno stare in piedi), staccate le foglie esterne più dure, tagliate le punte spinose a 2/3 di altezza, picchiate un po’ la superficie tagliata sul piano di lavoro, di modo da aprire un po’ le foglie, scavate proprio nel centro per togliere anche eventuali spine all’interno, e mettete il carciofo nell’acqua. Pulite il gambo lasciando solo la parte interna, più chiara, e gettate anche questo in acqua acidulata. Fate lo stesso con tutti i carciofi.

Preparate un trito fine con aglio e prezzemolo.

Prendete un tegame con coperchio che contenga i carciofi più o meno di misura, mettete sul fondo un pochino d’acqua, giusto un velo, e olio da coprire bene il fondo. Appoggiate i carciofi in piedi uno accanto all’altro, e posate i gambi negli spazi, irrorateli di olio, mettete su ogni carciofo un pizzico di sale e un po’ del trito aromatico, coprite e cuocete a calore dolce per circa mezz’ora, facendo attenzione che non si asciughino (in tal caso rabboccate con un pochino d’acqua sul fondo).

Serviteli caldi, ma non bollenti, ben innaffiati del loro sughetto, con i gambi accanto.

Strategie: questi carciofi possono diventare il secondo di un pasto leggero, basterà raddoppiare la quantità.

Chi non digerisce l’aglio, in tutti i sensi, prima di eliminarlo del tutto può provare a usare solo la parte esterna dello spicchio, scartando l’anima centrale. In questo modo si consuma solo la parte più digeribile, e si limitano gli effetti collaterali. Provate almeno una volta!

Vino: Trebbiano d’Abruzzo

Pablo Picasso, Interior with a Girl Drawing

interior with a girl drawing

Ravioli di carne con sugo di roastbeef


ravioli al sugo di roastbeef

Abbiamo visto come si fa la pasta in casa, abbiamo visto come si fa un vero roast beef all’inglese, dove avevo suggerito di conservare un po’ del sughetto di cottura.

E’ il momento di fare i ravioli di carne, piatto lussuosissimo, appagante, saziante, adatto a un pranzo o una cena un po’ importante, conviviale, dove ci sia il tempo di gustare con calma le portate.

E’ un piatto lungo da preparare, anche perché deve essere fatto con un po’ di attenzione, quindi prendetevi una mezza giornata e dedicatela ai ravioli, e a voi stessi. Qualcuno ha detto che il tempo passato a cucinare non si rimpiange mai … non è proprio sempre così, ma ogni tanto dedicare un po’ di tempo a fare qualcosa di buono, può essere piacevole, e anche terapeutico.

Per quattro persone gli ingredienti sono:

  • 300 gr. di farina
  • 4 uova
  • 300 gr. carne magra di vitello o vitellone in un pezzo solo
  • 100 gr. prosciutto cotto
  • Parmigiano grattugiato
  • Noce moscata
  • 1 rametto rosmarino, 1 spicchio d’aglio
  • 2 cucchiai di olio evo, 1 noce di burro
  • Sale

Tempo di preparazione: due ore abbondanti …

Cominciate a preparare la pasta come spiegato qui, utilizzando la farina, tre uova, tre pizzichi di sale, quindi mettetela a riposare ben coperta, o fasciata nella pellicola.

Con il coltello di ceramica tagliate la carne a pezzi grossi, tipo spezzatino.

 In un piccolo tegame fate scaldare l’olio e il burro, aggiungete la carne, lo spicchio d’aglio e il rametto di rosmarino, coprite e fate rosolare tutto insieme a fuoco vivace, rimescolando spesso. La carne deve diventare molto, ma molto ben colorita. Lasciate raffreddare, eliminate aglio e rosmarino, quindi mettete nel mixer i pezzi di carne, il prosciutto cotto, quattro o cinque cucchiai di parmigiano grattugiato, una bella grattata di noce moscata, sale, pepe, e infine l’uovo, per legare il tutto. Deve acquistare una consistenza soda ma cremosa, se fosse troppo asciutto potete aggiungere un altro uovo (attenzione, deve essere molto asciutto per reggere un secondo uovo), oppure un cucchiaio di ricotta, di besciamella, di purè, un pochino di latte, secondo quello che avete pronto. Se fosse troppo liquido potete correggere con altro parmigiano o pane grattugiato. Però, per la mia esperienza, le dosi indicate non dovrebbero dare grosse sorprese.

Ora bisogna tirare la sfoglia e poi fare i ravioli, e qui tutto dipende dall’attrezzatura individuale. La mia impastatrice ha un magico accessorio che li fa in un lampo, ma ci sono altre soluzioni. C’è il classico raviolamp, dove si appoggia una sfoglia, si mette un po’ di ripieno nei buchetti apposta, si copre con un’altra sfoglia, si passa il mattarello e voila, in un colpo sono pronti almeno 12 ravioli. Più semplicemente, si può prendere una sfoglia, posizionare a distanza regolare cucchiaini di ripieno, coprire con un’altra sfoglia, schiacciare un po’ per fare aderire le due sfoglie dove è vuoto, e poi tagliare i quadrati con una rotella. Con questo sistema, trovo geniale l’idea di fare ravioli molto grandi, di modo da contarne solo cinque o sei per persona: si fa molto più in fretta e il risultato è ottimo.

Comunque decidiate di prepararli, man mano che li fate spolverateli attentamente di farina, per evitare che si attacchino.

Quando è ora, cuoceteli in abbondante acqua salata, scaldate a parte il sugo del roast beef e conditeli in un piatto largo, di modo da poterli mescolare bene. Se qualche raviolo in cottura si rompe, poco male, perché il ripieno andrà semplicemente ad arricchire il condimento. Serviteli con parmigiano a parte.

Sembrerebbe scontato far seguire a questi ravioli proprio il roast beef, ma io non trovo sia una buona idea, perché si rischia una uniformità di sapori che penalizza la qualità del cibo. Meglio proporli in due tempi diversi, e raddoppierete anche il successo.

Vino: Primitivo del Salento

Strategie: potete prepararli in anticipo e congelarli, facendo attenzione a metterne in freezer pochi alla volta e ben distanziati. Quando saranno abbastanza rigidi, potrete trasferirli in un più comodo sacchetto e procedere via via con tutti gli altri.

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Sempre a dieta fra un pasto e l’altro


Non si è mai parlato tanto di cibo come adesso, e forse è anche piuttosto giustificato: nel mondo occidentale, nel nostro mondo quindi, i giovani adulti di oggi sono la prima generazione nella storia dell’umanità ai quali non è mai mancato il cibo, non solo, ai quali è stato sempre dato, fin dal primo giorno di vita, un cibo selezionato, scelto, dedicato, bilanciato … e troppo. E già, perché parlando ancora di generazioni, sappiamo che solo chi è nato nel dopoguerra non ha mai patito la fame e, anzi, ha sempre avuto da mangiare e da scegliere cosa mangiare. In passato i fortunati satolli erano pochissimi, e purtroppo ancora oggi ci sono delle eccezioni: ripeto che sto parlando del primo mondo, non voglio sottovalutare né dimenticare la scarsezza alimentare che ancora affligge tantissime, troppe persone. Fatto sta che oggi noi di cibo ne abbiamo troppo, e ne mangiamo troppo. Il problema del sovrappeso è importante, e se per chi ha addosso veramente tanti chili in più urge un aiuto specialistico, per gli altri (i più) che litigano con quei tre, quattro, cinque chili di troppo, vorrei condividere le mie riflessioni, e le mie strategie.

Sì, perché tre, quattro, cinque chili sono pochi, pochissimi, ma se ci abituiamo a loro possono facilmente diventare qualcuno di più, basti pensare che ingrassare di un chilo all’anno (e che sarà mai!) vuol dire avere addosso dieci chili in più dopo dieci anni, e cominciano a essere tanti. Aggiungiamo che sembra ormai certa l’equazione giusto peso = salute, ed è facile capire come sia indispensabile essere attenti e previdenti.

L’offerta alimentare intorno a noi rientra nel discorso ampio del mercato, in quanto l’obiettivo è sempre quello di farci acquistare più possibile. Purtroppo è un’offerta alla quale bisogna prestare la massima attenzione perché, per quanto ci siano già intervento di tutela e controllo che una volta ci saremmo sognati, a mio avviso le leggi vigenti non sono sufficienti a difenderci da acquisti incauti e poco salutari. Sappiamo tutti che i cibi light  lo sono solo per un verso e non per altri, che le etichette vanno lette con il microscopio, che i piatti pronti sono allettanti ma cosa ci sarà dentro ecc. ecc.

Come mi difendo io (e la mia famiglia)? Ci vuole un po’ di storia: sono cresciuta in un tempo in cui la quantità di cibo consumata rappresentava un importantissimo messaggio di benessere (come dicevo sopra, i miei genitori e tutti quelli prima ne hanno sempre avuto poco, oppure abbastanza in quantità ma non in qualità e varietà), ma ancora non si conoscevano i pesanti risvolti di un’alimentazione esagerata e sbilanciata. Quindi mangiavo, sì, tanto, ma male. La mia educazione alimentare è cominciata quando sono diventata a mia volta genitore, e dovendomi occupare della salute dei miei figli, ho scoperto tante cose interessanti anche per la mia. Certo ero abituata bene, adoro quasi tutto quello che fa male, e ne consumavo senza scrupoli.  Quando ho capito che non potevo andare avanti così, ho provato a limitare il cibo, o un certo tipo di cibo, in modo drastico, ma con risultati deludenti: dopo un periodo integralista, il desiderio di compensare quanto mi ero tolta fino a quel momento diventava così forte da farmi rituffare nelle cattive abitudini alimentari. Quindi? Quindi mi sono imposta un’educazione alimentare fatta di spostamenti minimi, puntando a risultati sulla lunga scadenza: ho incominciato a eliminare piccolissime quantità di condimento e di tutto quello  che era meglio limitare, in quantità quasi impercettibile. Ho ridotto proteine e grassi animali e aumentato legumi e verdure fresche. Dopo qualche tempo, quando ormai il mio palato e il mio stomaco si erano abituati, ho tolto ancora un pochino, e così via per forse un paio d’anni. Il risultato è che oggi la mia alimentazione è molto varia, leggera, poco condita, digeribile, bilanciata. Il mio stomaco e il mio fegato mi sono grati, perché funzionano perfettamente, funzionano così bene che ogni volta che mi permetto uno strappo alla regola, come una bella mangiata a casa o al ristorante (si vive una volta sola) , non se ne accorgono neppure e io gusto tutto pienamente senza difficoltà. Meditate …

totò che mangia gli spaghetti